Il 10 novembre 2026 FrancoAngeli manda in libreria «Per un digitale sobrio, pulito e giusto. Un percorso di consapevolezza per le imprese», con la prefazione di Pietro Jarre, fondatore di Sloweb. Da quel giorno il libro si trova in tutte le librerie, fisiche e online. Questa newsletter è nata ad agosto per accompagnarlo, e sabato prossimo ne pubblico qui un estratto, dal capitolo che ricostruisce la storia della sostenibilità digitale.
Il punto di partenza è la narrazione che ha accompagnato la società dell’informazione dagli anni Novanta: il passaggio dagli atomi ai bit avrebbe alleggerito il peso delle attività umane sull’ambiente, e la rete avrebbe distribuito a tutti il sapere e il potere. Ogni ricerca, ogni file salvato nel cloud, ogni risposta di un assistente conversazionale richiede invece energia, materia e capannoni pieni di server, e quelle infrastrutture appartengono a pochi fornitori globali.
Per un’impresa la questione riguarda i conti, le norme e l’autonomia, più che l’immagine. In pochi anni la direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD, che obbliga le imprese a pubblicare dati verificabili sui propri impatti), il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), le regole sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti e i criteri ambientali minimi degli appalti pubblici hanno reso obbligatorio quello che prima era volontario. Nello stesso tempo la dipendenza da pochi fornitori di cloud e di software riduce i margini e la libertà di scelta delle imprese che li comprano.
Pietro Jarre apre il volume con «Perché abbiamo una scelta». Ha passato trentacinque anni in Golder Associates, una società di consulenza professionale cresciuta da un piccolo nucleo torinese fino a diecimila dipendenti in trentacinque paesi, e in quegli anni ha comprato e usato molti sistemi digitali. La prefazione si rivolge ai consigli d’amministrazione e agli investitori, e si chiude con una serie di suggerimenti pratici.
Il primo capitolo ricostruisce la storia della sostenibilità digitale in tre fasi: l’efficienza energetica e la gestione dei rifiuti elettronici fra il 1990 e il 2005; il cloud e le piattaforme fra il 2006 e il 2015, che sono anche gli anni in cui le istituzioni cominciano a scrivere i diritti digitali, fino alla Dichiarazione dei diritti in Internet approvata dalla Camera dei Deputati nel 2015; l’intelligenza artificiale, la crisi climatica e la crisi della governance multilaterale dal 2016 a oggi. Il secondo capitolo segue le pratiche volontarie che fra il 1990 e il 2024 diventano norme, e il modo in cui le norme cambiano a loro volta quello che le imprese fanno, con le contraddizioni che il processo lascia aperte.
Il terzo capitolo indica in quattro mosse come un’impresa può riappropriarsi della propria autonomia tecnologica, e descrive l’impresa bella, libera, forte che Jarre propone nella prefazione. Il quarto, firmato da Maria Letizia Filippi, raccoglie le prime esperienze italiane di Corporate Digital Responsibility (la responsabilità che un’impresa si assume per gli effetti delle proprie scelte digitali): il progetto europeo CoEuS sulle piccole e medie imprese, il lavoro di Sloweb e le schede di sei organizzazioni, Enel, CSI Piemonte, Seeweb, Sensoworks, Piano D e Smart Flow.
Il quinto capitolo parte da un documento che quasi ogni impresa strutturata ha già, il codice etico allegato al modello 231 (il modello di organizzazione che il decreto legislativo 231 del 2001 chiede alle imprese per prevenire i reati), e lo riapre. Fra «ci impegniamo a rispettare l’ambiente» e «ci impegniamo a portare il PUE dei nostri data center sotto 1,3 entro il 2027» (il PUE è il rapporto fra l’energia che un data center consuma in tutto e quella che usa per il calcolo) corre la differenza fra una frase che nessuno può verificare e un impegno che si misura. Nel registro dei rischi entrano quelli che di solito non ci stanno: la dipendenza da un fornitore unico, l’obsolescenza indotta dagli aggiornamenti, il consumo che nessuno misura, il lavoro a monte della catena di fornitura.
Gli indicatori non superano la dozzina, come suggerisce Jarre nella prefazione, e ogni anno finiscono nel rapporto di sostenibilità insieme agli obiettivi mancati. A coordinare il lavoro serve un referente con un mandato formale. Fra uno che conosce l’informatica e non ha potere e uno che conosce la sostenibilità e può fermare un progetto o rifiutare un fornitore, il capitolo sceglie il secondo.
Le diciotto schede sulle norme stanno fuori dalle pagine stampate: un codice QR nel libro porta alla pagina www.sloweb.org/digitale-sobrio, che Sloweb aggiorna quando una norma cambia. Chiude il volume una bibliografia ragionata sulla sostenibilità digitale, ordinata per temi.
«Per un digitale sobrio, pulito e giusto. Un percorso di consapevolezza per le imprese»
di Mauro Munzi, prefazione di Pietro Jarre
FrancoAngeli, Milano, 2026, 144 pagine, 23 euro
ISBN 978-88-351-9631-0
In libreria dal 10 novembre, in tutte le librerie, fisiche e online


