Il 5 novembre 2025 il Ministero delle imprese e del made in Italy ha pubblicato una strategia per attrarre investimenti esteri nei data center. Il sistema autorizzativo vi è indicato come «uno dei principali ostacoli allo sviluppo del settore», con tempi che vanno «da un minimo di 18 mesi a oltre 3 anni per l’avvio dei lavori», e il documento propone di introdurre un’autorizzazione unica che assicuri «parallelismo dei processi e tempi certi». Tre mesi dopo il governo l’ha istituita per decreto, e il 4 agosto 2026 il Consiglio dei ministri ne ha deliberati altri due, che portano a sette i programmi dichiarati di preminente interesse strategico nazionale, per oltre 25 miliardi, con un commissario straordinario di governo per ciascuno. Sembra una politica che potrebbe funzionare: si indica l’ostacolo, si legifera, si nomina chi deve far rispettare i tempi.
Il cruscotto di Terna dice un’altra cosa. Econnextion è la piattaforma su cui il gestore della rete di trasmissione pubblica le richieste di connessione che riceve, aggiornate mese per mese, scomponibili per regione e per stato della pratica. Al 31 luglio 2026 i data center avevano chiesto 95,86 GW in altissima e alta tensione, cioè sulle linee che portano l’energia a lunga distanza prima che venga distribuita, su 529 pratiche, che sommano l’87,79 per cento di tutta la potenza richiesta in Italia da chi consuma elettricità. La potenza informatica installata nel Paese era di 513 MW nel 2024, secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano: la coda delle richieste di connessione vale centottantasette volte l’esistente.
La stessa pagina ripartisce le pratiche per stato di avanzamento, ed è lì che il quadro cambia. 31,58 GW su 171 pratiche sono fermi alla soluzione tecnica minima generale da accettare: la STMG è la risposta con cui Terna indica dove e come ci si potrebbe attaccare alla rete, e non è un’autorizzazione né un impegno a costruire. Alla voce dei contratti, che è lo stadio in cui un progetto diventa un’opera, ci sono 1,88 GW su 15 pratiche: l’1,96 per cento, cioè per ogni gigawatt che qualcuno si è impegnato a utilizzare ne sono stati richiesti cinquantuno.
Quei 1,88 GW non sono poca cosa: valgono tre volte e mezzo tutto l’installato italiano; l’espansione è reale e non va minimizzata. Il punto è che le decisioni pubbliche si stanno prendendo sulla cifra complessiva richiesta, e a quella cifra non crede nemmeno chi la pubblica. L’11 marzo 2026, alla Camera, il responsabile della pianificazione territoriale di Terna ha definito irrealistico il livello delle richieste allora in coda, ha parlato di speculazione e ha indicato fra i richiedenti soggetti interessati a rivendere i terreni dopo che la soluzione di connessione è stata definita. Nello stesso intervento ha detto che Terna si aspetta di realizzarne fra 1,5 e 2 GW verso il 2030. Fra 1,5 e 2 GW è, con precisione fastidiosa, quello che risulta già sotto contratto adesso: la previsione al 2030 del gestore della rete coincide con lo stato di fatto di oggi.
La corsia preferenziale intanto è stata approntata. L’articolo 8 del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, convertito dalla legge 10 aprile 2026, n. 49, istituisce un procedimento unico per autorizzare la realizzazione, l’ampliamento e l’esercizio dei centri dati, e il comma 4 gli assegna una durata «non superiore a dieci mesi», prorogabile di tre soltanto per circostanze eccezionali. Il titolo del decreto cita il fenomeno critico con parole proprie, «risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche». Che quei dieci mesi siano dieci mesi lo sostiene però solo il comma della norma. Sulla Rivista Giuridica dell’Ambiente, nel maggio 2026, due avvocate della direzione affari legali di A2A hanno mostrato che la valutazione di impatto ambientale e la verifica preliminare che la precede restano procedimenti con termini propri, i quali si sommano al termine finale invece di integrarsi. Il termine, poi, decorre non dal deposito della domanda ma dalla verifica della sua completezza; per quella verifica la legge non fissa alcuna scadenza. Manca poi l’effetto di variante urbanistica automatica, e la variante, secondo la stessa strategia ministeriale, porta via da tre a sei mesi con la procedura semplificata e fino a dodici con quella ordinaria. Non è la posizione di un comitato di cittadini: è il legale di un operatore energetico che spiega perché la norma scritta per accelerare non accelera.
Terna, dal canto suo, stima che fra la richiesta di connessione e il pieno regime operativo possano passare sei-otto anni: dieci mesi dentro otto anni sono una frazione, per giunta la frazione che già portava a un risultato. Le stesse autrici indicano poi nel comma 1-bis, aggiunto in sede di conversione, una porta lasciata aperta; consente di presentare il progetto con una soluzione di connessione provvisoria in media tensione. Andava circoscritto, scrivono, per non congestionare i gestori di rete di richieste di preventivo e per scoraggiare le iniziative puramente speculative. Il gestore della rete e il legale dell’operatore, che hanno interessi opposti, arrivano alla stessa diagnosi.
Le condizioni, dove ci sono, le ha poste una Regione. La legge regionale lombarda 3 giugno 2026, n. 11, in vigore dal 20 giugno, è la prima in Italia dedicata ai centri dati. Esclude, fra le soluzioni di raffreddamento da privilegiare, quelle che prelevano dal pubblico acquedotto, dalle acque potabili e da quelle destinate all’irrigazione; maggiora del 100 per cento il contributo di costruzione per chi consuma suolo agricolo e del 200 per cento dentro parchi e riserve. Sopra i 10 MW impone una conferenza di concertazione sovracomunale, sopra i 50 la convoca la Regione. All’articolo 11 dichiara che tutto questo si farà senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Che il tema sia reale lo scrive il ministero: l’efficienza idrica dei data center italiani, 0,70 metri cubi per megawattora, è peggiore della media europea di 0,58; in Italia si riutilizza solo il 4 per cento dei reflui depurati.
Che il potere di condizionare stia lì lo ammette il ministero stesso, perché nel dare notizia della delibera del 4 agosto il comunicato scrive che il ministro Urso ha avuto un confronto telefonico con il presidente della Lombardia per verificare la conformità degli investimenti alle disposizioni della nuova legge regionale. Il procedimento unico nazionale, per la parte che decide davvero, passa da un’autorità regionale, e il governo lo sa. La Lombardia, del resto, è il luogo della corsa: 44,96 GW richiesti su 289 pratiche, il 46,9 per cento della potenza nazionale e il 54,6 per cento delle domande. Le pratiche lombarde sono più numerose e più piccole della media, 156 MW contro 181; dove la fila è più fitta, i progetti si frammentano.
Il passo successivo è già in Parlamento. La proposta di legge delega sui centri dati, approvata dalla Camera in prima lettura il 24 febbraio 2026 e ora all’esame del Senato, impegna il governo a qualificare quei progetti come opere di pubblica utilità indifferibili e urgenti, «da considerare di interesse pubblico prevalente nella ponderazione degli interessi giuridici». Oggi l’articolo 8 quella qualifica non la dà, e infatti non consente l’esproprio; la delega la darebbe. Su quale delle due cifre si stia legiferando, i 95,86 GW chiesti o l’1,88 sotto contratto, il testo non lo dice.
Vale la pena dire per esteso che cosa comporta quella qualifica, perché è lì che la coda smette di essere una statistica e diventa una faccenda di terra. Dichiarare un’opera di pubblica utilità indifferibile e urgente vuol dire che il proprietario del fondo perde il diritto di dire di no: se non vende, il terreno gli viene preso, e al posto del prezzo che avrebbe trattato riceve un’indennità che la legge calcola.
Poi c’è il rovescio, ed è la parte che si vede meno. Per chiedere la connessione non si è tenuti a costruire niente: si indica un terreno e si aspetta la risposta di Terna. Quando la soluzione tecnica arriva, si attacca a quel terreno e non a un altro, e da quel momento quella è l’unica terra su cui quel progetto si può fare. Vale più del giorno prima, e a farla valere di più non è stato un investimento di chi la possiede: è stato un atto pubblico. Chi l’aveva comprata per rivenderla, a quel punto, rivende.
Note
Ministero delle imprese e del made in Italy, Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali in Centri Dati (Data Center), presentata il 5 novembre 2025. Da lì il sistema autorizzativo come «uno dei principali ostacoli allo sviluppo del settore», la proposta di un’autorizzazione unica che assicuri «parallelismo dei processi e tempi certi», e i tempi «da un minimo di 18 mesi a oltre 3 anni per l’avvio dei lavori»: quest’ultima stima il documento la attribuisce all’associazione di categoria. Dallo stesso testo i tempi della variante urbanistica, da tre a sei mesi in procedura SUAP ai sensi del d.p.r. 160/2010 e fino a dodici in via ordinaria; la water usage effectiveness europea di 0,58 metri cubi per MWh contro lo 0,70 italiano, misurata in uno studio commissionato dalla Commissione europea; e il 4 per cento di reflui depurati effettivamente riutilizzati, a fronte del regolamento (UE) 2020/741 che ne ammette l’uso civile, ambientale e industriale.
Consiglio dei ministri del 4 agosto 2026, comunicato del Ministero delle imprese e del made in Italy. Due programmi per circa 6,8 miliardi ai sensi dell’articolo 13 del decreto Asset, che portano a sette i programmi strategici per oltre 25 miliardi: campus K2 Strategic Infrastructure a Zibido San Giacomo e Lacchiarella, fino a circa 400 MW per circa 5,3 miliardi, e Digital Vault Sulcis a Gonnesa, fino a 30 MW per circa 1,49 miliardi. Un commissario straordinario di Governo per ciascun programma, d’intesa con le Regioni. Dallo stesso comunicato il confronto telefonico fra il ministro Urso e il presidente Fontana.
Terna, portale Econnextion, dati.terna.it/it/econnextion, sezione utenti di consumo, dati al 31 luglio 2026, perimetro delle richieste di connessione in altissima e alta tensione. Totale utenti di consumo 109,20 GW su 865 pratiche, di cui data center 95,86 GW, l’87,79 per cento, su 529 pratiche. Per stato della pratica: soluzione tecnica minima generale da accettare 31,58 GW su 171 pratiche; soluzione tecnica minima di dettaglio e contratti 1,88 GW su 15 pratiche. Lombardia 44,96 GW su 289 pratiche.
Potenza informatica installata in Italia, 513 MW nel 2024, in crescita del 17 per cento sul 2023: Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano. La misura riguarda la potenza elettrica destinata a server, archiviazione e apparati di rete, non la potenza termica complessiva degli impianti.
Intervento di Terna alla Camera, 11 marzo 2026, «Forum Machiavelli innovazione. Data Center: economia e strategia della sovranità digitale», video su webtv.camera.it/evento/30650. Le posizioni sono riferite in forma indiretta sulla base del resoconto pubblicato da QualEnergia.it il 17 marzo 2026, non essendo state riscontrate le parole esatte alla registrazione. La stima di sei-otto anni fra richiesta di connessione e pieno regime operativo è di Terna, ripresa nel novembre 2025.
Decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, convertito con modificazioni dalla legge 10 aprile 2026, n. 49, in Gazzetta Ufficiale, serie generale n. 90 del 18 aprile 2026, articolo 8. Il testo del comma 4 è riportato alla lettera nel dossier n. 645/2 del Servizio Studi del Senato.
Alessia Miranti ed Elisa Puppo, Il nuovo «procedimento unico» per l’autorizzazione dei centri dati: ma è davvero unico, in «Rivista Giuridica dell’Ambiente», 1 maggio 2026. Le autrici lavorano alla Direzione Affari Legali e Compliance di A2A S.p.A.
Legge regionale della Lombardia 3 giugno 2026, n. 11, Disposizioni in materia di insediamento di centri dati, in BURL n. 23, supplemento del 5 giugno 2026, in vigore dal 20 giugno 2026. Articolo 2, comma 1, lettera d) per il raffreddamento; articolo 5, commi 4 e 7, per gli oneri e le soglie; articolo 11 per la clausola di neutralità finanziaria. La definizione di centro dati rinvia al regolamento delegato (UE) 2024/1364.
Proposta di legge delega sui centri dati, testo unificato 1928-2083-2091-2152-2194-A/R, approvato dalla Camera in prima lettura il 24 febbraio 2026, articolo 3, comma 1, lettera d).


quando si costruisce dal tetto senza considerare gli elementi fondamentali che sono i pilastri di una "costruzione legislativa" si arriva all'assurdo che un atto legislativo diviene pura utopia e rischia di aggravare una situazione energetica e di sostenibilità già critica.
A meno che non si voglia aiutare gli speculatori.