Come si fa promozione alla ricerca contro l'economia dell'attenzione?
Uscita zero. Dichiaro la contraddizione invece di trovarmela contro.
Comincio da una contraddizione che non so risolvere.
Fra gli altri temi sui quali lavoro, c’è la constatazione che l’attenzione delle persone è diventata una materia prima. Si estrae, si impacchetta, si rivende. Le imprese che lo fanno hanno costruito su questo il mestiere più redditizio del secolo.
Per far conoscere il mio pensiero, dovrei fare esattamente quello che le mie ricerche analizzano. Comprare visibilità. Ripetere il messaggio finché non rimane impresso. Guardare ogni mattina quante persone hanno visto il post e correggere il tiro di conseguenza.
Non lo farò. E non per virtù: perché non funzionerebbe. Una ricerca che critica quelle tecniche, promossa con quelle tecniche, si smonta da sé, e chi la legge se ne accorge prima di me.
Resta però il problema pratico, che non sparisce perché è imbarazzante. Il giorno in cui pubblico la ricerca, chi lo sa?
Non apprezzo e non sostengo quelle pratiche che sono passate nella stampa conservatrice e nella pubblica opinione diffusa come «ideologie woke»; quindi, non credo che uno strumento o una tecnologia efficace non debba essere usata perché creata dal nemico.
L’immagine che mi viene in mente è un flash in bianco e nero, una reminiscenza eisensteiniana: una colonna vociante di rivoluzionari si avvia verso il Palazzo d’Inverno, Pietrogrado 1917, quando un giovane dirigente bolscevico con barba e occhialini li blocca, e comincia a concionare sull’obbligo morale di non usare mai gli strumenti della borghesia. Infervorati e certi di essere nel giusto, i rivoltosi abbandonano i Mosin-Nagant rubati alle armerie dell’esercito dello Zar e si scagliano a mani nude contro le guardie del Palazzo. Immaginate con quali esiti sulla storia del mondo.
Fuori di metafora: così come penso che non esistano tecnologie malvagie, ma solo tecnologie generate dai rapporti sociali di produzione storicamente determinati, nello stesso modo propongo il détournement (Situationnisme à jamais!) di modalità di comunicazione che sono altra cosa dai contenuti veicolati.
Il pubblico in affitto
Su LinkedIn ho un certo numero di persone che mi seguono. Sembra una risposta, e non lo è.
Quelle persone non sono mie. Sono di LinkedIn. Quando pubblico qualcosa, quanti di loro lo vedano non lo decido io: lo decide un algoritmo che ha come obiettivo tenerli sulla piattaforma il più a lungo possibile, e che cambia le sue regole quando gli conviene, senza avvisare nessuno. Il mese scorso un mio post l’hanno visto in molti. E non perché quelle persone abbiano scelto di leggermi: perché quel numero è quello che è stato deciso altrove.
Questa è la differenza fra un pubblico in affitto e una lista.
Un indirizzo che una persona ti ha dato apposta è un patto. Un follower è una voce in un magazzino che non è tuo.
Ecco perché questa lettera esiste. Non per aggiungere un canale, che di canali ce ne sono già troppi, ma per avere, il giorno dell’uscita, delle persone da avvisare direttamente invece di sperare in un algoritmo di buon umore.
Perché qui, visto che anche questo è un casello
Substack è un’impresa che prende il dieci per cento degli abbonamenti a pagamento, per sempre, su ogni testata che ospita. Si mette in mezzo fra chi scrive e chi legge, e riscuote per il fatto di stare in mezzo. È esattamente la figura che, quando parlo di rendita algoritmica, chiamo casello: chi non produce la strada né la merce, ma incassa a ogni passaggio.
Ho scelto di starci lo stesso, e con due precauzioni.
La prima è che gli abbonamenti a pagamento qui sono spenti. Finché nessuno paga, quel dieci per cento non si applica: il casello c’è, ma la sbarra è alzata.
La seconda è che questa lettera ha il suo dominio, e la lista degli iscritti si scarica quando voglio. Vuol dire che il giorno in cui le regole cambieranno in peggio, e cambieranno, posso portare altrove gli indirizzi senza chiedere permesso e senza perdere nessuno per strada.
Non è uno sterile esercizio di purezza. È una porta d’uscita tenuta aperta, che è l’unica forma di libertà praticabile quando l’alternativa sarebbe costruirsi l’infrastruttura da soli.
Che cosa arriva, e quando
Le lettere cominciano sabato 5 settembre. Poi ogni due settimane, sempre il sabato.
Ogni lettera tratta un tema solo, e sarà una di queste tre cose. Una norma europea letta per esteso, con quello che dice davvero e quello che non dice. Una cifra con la sua fonte, il suo perimetro e il suo anno, che sono le tre informazioni che quasi sempre mancano quando un numero viene citato. Oppure un pezzo sulle ideologie del digitale, cioè su quello che l’industria del calcolo dichiara di credere, e che vuole tacitamente imporci con tratti sempre più vicini a una religione tecnologica.
Una regola vale su tutto e non ha eccezioni: niente senza una fonte pubblica e verificabile. Se una cosa non la posso dimostrare, non la scrivo. Vale anche quando mi farebbe comodo.
Che cosa non arriva
Nessun invio in più delle due volte al mese. Nessuna sequenza di benvenuto in cinque puntate. Nessuna mail che dice che sto per mandare una mail.
Il collegamento per disdire sta in fondo a ogni invio e funziona subito. Non ho intenzione di renderlo difficile da trovare: se questa roba non ti serve, non serve nemmeno a me che tu ce l’abbia in casella.
Ci si vede il 5 settembre.
Mauro Munzi

