Il 19 agosto 1610 Galileo Galilei scrive a Giovanni Keplero, matematico dell’imperatore a Praga, e gli chiede che cosa debba pensare dei primi filosofi dello Studio di Padova, che «pieni dell’ostinazione dell’aspide» non hanno mai voluto vedere né i pianeti, né la luna, né il cannocchiale, benché lui si fosse offerto mille volte di mostrarli loro.¹ La lettera non fa nomi; un anno dopo un corrispondente padovano, Paolo Gualdo, riferisce a Galileo la risposta del più illustre di quei filosofi, l’aristotelico Cesare Cremonini: «quel mirare per quegli occhiali m’imbalordiscon la testa: basta, non ne voglio saper altro».²
Cremonini non sostiene che Galileo abbia visto male; sostiene che lo strumento confonde l’osservatore, e con questo si dispensa insieme dall’oculare e dalle lune. I cannocchiali del 1610 deformavano davvero le immagini, e la diffidenza aveva un appiglio, che Cremonini usò per non guardare.
La forma più antica di questo rifiuto la troviamo nel Fedro di Platone. Socrate racconta che il dio egizio Theuth portò al re Thamus la scrittura come rimedio per la memoria e per la sapienza, e che il re la respinse: «ai tuoi allievi procuri l’apparenza della sapienza, non la verità».³ L’obiezione cita soltanto il mezzo, e non considera cosa abbia scritto l’autore, perché ha già stabilito che lo scritto non può essere equiparato al sapere. E, ironia della sorte, conosciamo questo episodio perché Platone l’ha messo per iscritto.
Nel febbraio 1882 arriva a Genova, dove Friedrich Nietzsche passa l’inverno quasi cieco, una sfera scrivente Malling-Hansen (una delle prime macchine per scrivere prodotte in serie, costruita in Danimarca: cinquantaquattro tasti disposti in cerchi concentrici, che stampano in maiuscolo su un foglio avvolto a cilindro). Nietzsche la vuole perché non riesce più a leggere la propria calligrafia. L’amico Heinrich Köselitz, musicista e suo copista, che firmava Peter Gast, riceve una prova di stampa e gli risponde che forse con quello strumento assumerà un nuovo modo di esprimersi.⁴ Nietzsche gli dà ragione: «il nostro strumento per scrivere lavora anche lui ai nostri pensieri». E aggiunge, con un lamento, che non sa quando riuscirà a battere con la macchina un periodo lungo.⁵
Nietzsche non scrive che quei pensieri non sono suoi, né che vanno guardati con sospetto perché sono passati per l’ottone e l’acciaio; scrive che ogni pensiero scritto passa per qualcosa, e che quel qualcosa lavora. Lavora la penna d’oca, lavora il dettato al segretario, lavora il foglio che finisce. La sfera spingeva verso il periodo breve, e Nietzsche lo sapeva meglio di qualunque lettore: la usò per sei settimane, riempì poco meno di sessanta pagine, poi la mise da parte.⁶ Lo strumento entra nella frase, ed è per questo che la frase si giudica sulla pagina: la pagina è il solo luogo dove strumento e pensiero arrivano insieme, e non c’è altro modo (ancora) per fare avere al lettore accesso al tuo pensiero.
Rovesciare la regola, e far dipendere il giudizio dalla strada percorsa invece che dal punto d’arrivo, mi fa venire in mente un racconto di Borges. Nel maggio 1939 la rivista argentina Sur pubblica «Pierre Menard, autor del Quijote», finta recensione all’opera di un letterato francese che ha riscritto, parola per parola e senza copiarli, due capitoli e un frammento del Chisciotte. Il recensore mette quelle pagine accanto a quelle di Cervantes e conclude che i due testi sono identici nelle parole, ma il secondo è «quasi infinitamente più ricco».⁷ Borges ne fa una burla perché la tesi, presa sul serio, arriva a questo: due pagine uguali che valgono diversamente secondo la mano che le ha prodotte. Rovesciato di segno, lo stesso criterio diventa un metodo critico, e fa valere meno la pagina di cui si sospetta la mano.
Nel 1976 Kenneth Appel e Wolfgang Haken, all’Università dell’Illinois, dimostrano il teorema dei quattro colori (ogni carta geografica si può colorare con quattro colori senza che due regioni confinanti abbiano lo stesso), formulato come congettura nel 1852. Una parte della prova consiste nel controllare oltre mille configurazioni che nessun matematico può verificare a mano, e il controllo lo esegue un calcolatore in più di mille ore di elaborazione. Il risultato? Per anni una parte della comunità matematica rifiuta di considerarla una dimostrazione.⁸ Il dubbio si chiude nel 2005, quando Georges Gonthier e Benjamin Werner fanno controllare la prova per intero a Coq (un programma che verifica, passo per passo, che ogni deduzione discenda dalla precedente).⁹ Il sospetto verso la macchina lo hanno sciolto due ricercatori con un’altra macchina.
Nel capitolo del Capitale sulla giornata lavorativa la materia prima sono i rapporti degli ispettori di fabbrica britannici, funzionari del ministero dell’Interno i cui resoconti il Parlamento pubblicava ogni sei mesi, insieme alle inchieste delle commissioni sul lavoro delle donne e dei bambini. Nella prefazione alla prima edizione, firmata a Londra il 25 luglio 1867, Marx scrive che la Germania si spaventerebbe delle proprie condizioni se i suoi governi trovassero uomini «altrettanto competenti, imparziali e spietati» quanto gli ispettori di fabbrica inglesi.¹⁰ L’apparato d’indagine di uno Stato borghese, costruito per amministrare la fabbrica e non per abolirla, fornisce al Capitale le sue cifre. Marx della provenienza non si scusa e non si vanta: usa semplicemente quelle cifre a sostegno della bontà della propria tesi.
Un modello linguistico è una merce: immateriale, venduta in abbonamento, prodotta dal lavoro degli autori dei testi su cui è stato addestrato e degli etichettatori che li hanno classificati, proprietà di un oligopolio; attribuirgli una qualità morale propria, una macchia che passa a tutto ciò che tocca, vuol dire prendere per proprietà di una cosa quello che è un rapporto fra persone. Marx descrive questo scambio nel capitolo sul feticcio della merce: è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi «che assume per loro la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose».¹¹ Nel 2020 Alexander Campolo e Kate Crawford, che studiano i rapporti fra intelligenza artificiale e potere, hanno dato alla versione contemporanea di quello scambio un nome, determinismo incantato: la convinzione che questi sistemi siano «magici e sovrumani», al di là di ciò che si può capire o regolare, e insieme abbastanza deterministici da affidar loro decisioni che cambiano la vita delle persone.¹²
L’incanto lavora nelle due direzioni. Chi vede nella macchina un oracolo e chi vi vede una contaminazione le riconoscono lo stesso potere, e smettono di guardare nello stesso punto: l’impresa che la possiede, l’autore che la usa, e che cosa c’è scritto sulla pagina, rimanendo schiavi di quel pasticcio epistemologico che vuole farci credere ai poteri taumaturgici (o diabolici) delle nuove tecnologie.
Note
Galileo Galilei a Giovanni Keplero, 19 agosto 1610, in Le Opere, Edizione Nazionale a cura di Antonio Favaro, vol. X, lettera 379, pp. 421-423. In originale: "Quid dices de primariis huius Gimnasii philosophis, qui, aspidis pertinacia repleti, nunquam, licet me ultro dedita opera millies offerente, nec Planetas, nec Lunam, nec perspicillum, videre voluerunt?" Nell’edizione Favaro la luna è indicata con il suo simbolo astronomico. Testo latino riscontrato su più trascrizioni concordanti, non sull’edizione a stampa.
Paolo Gualdo a Galileo Galilei, 29 luglio 1611, in Le Opere, Edizione Nazionale a cura di Antonio Favaro, vol. XI, n. 564, p. 165. Testo riscontrato su trascrizioni, non sull’edizione a stampa. Lo storico Marco Forlivesi legge la frase come rifiuto di accogliere l’interpretazione galileiana più che come rifiuto di guardare; Enrico Bellone ricorda che il cannocchiale era allora uno strumento artigianale, privo di una teoria ottica, e che le immagini erano sensibilmente deformate.
Platone, Fedro, 275a. In originale: "σοφίας δὲ τοῖς μαθηταῖς δόξαν, οὐκ ἀλήθειαν πορίζεις".
Heinrich Köselitz a Friedrich Nietzsche, febbraio 1882. In originale: "Vielleicht gewöhnen Sie sich mit diesem Instrument gar eine neue Ausdrucksweise an". Riportata di seconda mano.
Friedrich Nietzsche a Heinrich Köselitz, Genova, fine febbraio 1882, battuta a macchina. In originale: "unser Schreibzeug arbeitet mit an unseren Gedanken. Wann werde ich es ueber meine Finger bringen, einen langen Satz zu drüken!" La grafia "drüken" è quella del dattiloscritto.
Klassik Stiftung Weimar, scheda «Friedrich Nietzsches Schreibkugel»: la macchina arriva a Genova nel febbraio 1882 e Nietzsche la abbandona dopo sei settimane e circa sessanta pagine. La sfera è conservata nelle collezioni della Fondazione, il dattiloscritto al Goethe- und Schiller-Archiv.
Jorge Luis Borges, «Pierre Menard, autor del Quijote», Sur, n. 56, maggio 1939, poi in Ficciones, 1944. In originale: "El texto de Cervantes y el de Menard son verbalmente idénticos, pero el segundo es casi infinitamente más rico."
Kenneth Appel, Wolfgang Haken, "Every Planar Map is Four Colorable", Bulletin of the American Mathematical Society, 82, 1976, pp. 711-712. Il numero delle configurazioni varia secondo le versioni della prova e le ricostruzioni successive.
Georges Gonthier, "A computer-checked proof of the Four Colour Theorem", rapporto Microsoft Research e INRIA, 2005.
Karl Marx, Das Kapital, vol. I, Vorwort zur ersten Auflage, Londra, 25 luglio 1867, in MEW, vol. 23, Berlino 1962. In originale: "ebenso sachverständige, unparteiische und rücksichtslose Männer zu finden, wie die Fabrikinspektoren Englands sind".
Karl Marx, Das Kapital, vol. I, cap. 1, par. 4, in MEW, vol. 23, p. 86. In originale: "Es ist nur das bestimmte gesellschaftliche Verhältnis der Menschen selbst, welches hier für sie die phantasmagorische Form eines Verhältnisses von Dingen annimmt."
Alexander Campolo, Kate Crawford, "Enchanted Determinism: Power without Responsibility in Artificial Intelligence", Engaging Science, Technology, and Society, 6, 2020, pp. 1-19, DOI 10.17351/ests2020.277. In originale: "the belief that AI systems are both magical and superhuman [...] beyond what we can understand or regulate, yet deterministic enough to be relied upon to make predictions about life-changing decisions", p. 1, riportata di seconda mano da Neil Selwyn, European Journal of Education, 2022.

